Percorso Arabo Normanno.  Un Patrimonio Unico.

Il Duomo di Monreale è una delle perle del Percorso Arabo Normanno, inserito nel 2015 dall’Unesco nella Lista dei Patrimoni dell’Umanità. Questo itinerario dorato rappresenta una delle massime espressioni del sincretismo culturale e della felice convivenza nel medioevo di tre diverse etnie: araba, normanna e bizantina.

Introduzione storica al Percorso Arabo Normanno

La forte ambizione anima l’arte e la rende testimone di storie spesso molto più grandi di quello che gli occhi sono abituati a vedere. Del potere normanno in Sicilia si ha l’immagine luminosa dei mosaici, delle cupolette rosse sul fondo del cielo azzurro e degli eleganti edifici attorniati da palme che rievocano l’idea di una favolosa età dell’oro: un prezioso arabesco intessuto di fantasia e realtà. La favola del passato siciliano continua ad essere narrata dalle vestigia dei suoi amati sovrani. Accade, però, che le cose non siano esattamente come si immagina e che si rivelino sotto un’altra luce. Così come le iconiche cupolette rosse di San Cataldo non sono che un falso storico, allo stesso modo la Sicilia dei re normanni non fu solamente un piccolo paradiso felice attorniato dal mare: fu il mondo intero.

Eppure, se si dovesse cercare un paragone con i precedenti illustri di Roma e di Bisanzio, ci si renderebbe conto di come la signoria territoriale normanna fosse ben poca cosa, in quanto limitata al Mezzogiorno d’Italia, alla zona costiera di Tunisia e Libia occidentale – per un brevissimo periodo – ed il piccolo Principato di Antiochia. 

Gli Altavilla, a capo di questo minuscolo “impero”, non si diedero per vinti ed osarono ugualmente rivaleggiare con chi deteneva la corona imperiale; in particolar modo si accese la competizione – imitazione con il sovrano bizantino, dal quale Ruggero II voleva addirittura  riconosciuto il titolo di basileus e che tentò di uguagliare con i provvedimenti sanciti dall’Assise di Ariano. Degli scontri tra le due corone si erano già avuti nel 1081, anno in cui i soldati normanni di Roberto il Guiscardo, nel tentativo di sottomettere Bisanzio, sconfissero le truppe dell’imperatore Alessio Comneno. L’impresa di Roberto non andò in porto, perché in quell’occasione fu chiamato in aiuto da papa Gregorio VII contro l’imperatore tedesco Enrico IV.

Dal loro modo di relazionarsi con le autorità supreme della politica medievale, ci si accorge di quanto fossero intraprendenti i Normanni e per nulla intimiditi dalla potenza dei loro rivali, rispetto ai quali volevano mantenere l’autonomia a tutti i costi. In tale direzione andò anche l’apostolica legazia, mediante la quale Ruggero I ed i suoi successori poterono fare le veci del papa nei territori posti sotto il loro dominio.

Nella mente dei sovrani normanni ci fu il desiderio di ricreare in piccolo un regno romano cristiano, totalmente indipendente dalle vicende degli imperi d’Oriente e d’Occidente, benché a questi si richiamasse. Ma quale fu lo strumento atto a comunicare la potenza della loro signoria e capace di porla alla stregua dei grandi imperi? L’arte.

Tutto il mondo è qui

Palermo è nota per quei magnifici monumenti che nel 2015 sono stati posti sotto la tutela dell’UNESCO ed inclusi nella dizione ufficiale di Arabo-Normanno, cosiddetta per la peculiare mistione di elementi delle suddette culture. A dire il vero, alla dizione corrente andrebbe preferita quella di Romanico Siciliano, in quanto più rappresentativa della riscoperta, caratterizzante l’intera Europa, del patrimonio artistico-culturale del passato romano, cui gli artisti e regnanti si ispirarono nel gioco dell’emulazione degli antichi cesari.

D’altronde, l’etichetta di accattivante di Percorso Arabo Normanno esclude la componente più visibile e significativa del Romanico Siciliano, ossia quella bizantina, alla quale vanno ricondotti innanzitutto i mosaici. Insomma, l’impero d’Oriente costituì l’archetipo della sovranità sia in virtù della sopravvivenza alla controparte occidentale, sia perché i Normanni stessi, nel prendere possesso del Meridione italiano, entrarono a contatto con l’arte raffinata e colta dei Bizantini, che ben si prestava alla celebrazione della regalità. 

L’arte di discendenza romana, quella dell’antico impero occidentale, si tradusse nella pianta basilicale a croce latina, anziché a pianta centrale come nell’Oriente cristiano, la cui origine risiede nell’architettura costantiniana. Ci si può allora domandare come mai  i Normanni non ripresero in maniera preponderante l’esempio artistico del Sacro Romano Impero, in quel tempo in mano a regnanti germanici. La risposta sta nella volontà di sminuire l’avversario diretto sul territorio, la cui arte era stata rigettata anche dalla Roma dei papi, esattamente per non perpetuarne il modello.

La ripresa dell’arte bizantina non implicava, invece, la sottomissione all’imperatore costantinopolitano per un fatto molto semplice: i sovrani occidentali lo qualificavano politicamente come re dei Greci e dunque non un erede in senso stretto  dell’impero romano; ciò vale a maggior ragione con l’istituzione del Sacro Romano Impero e dunque con la designazione di un rito ufficiale: quello romano, non greco-ortodosso. Pertanto, se da un lato l’impero d’Oriente costituì un modello di rappresentazione della figura imperiale, dall’altro si tendeva a sottovalutare il suo concreto peso politico.

La componente araba aveva lo scopo di estendere idealmente i confini della signoria normanna, ponendo l’arte dei precedenti dominatori a servizio della politica dei nuovi. L’uso dell’arte musulmana può rappresentare non solo l’apprezzamento ma anche l’asservimento del barbaro, contro il quale combatté sia il mondo classico, sia quello cristiano: ricordiamo che l’Europa era impegnata a combattere in Teraasanta. Bisogna sempre ricordare che l’Oriente ha sempre esercitato un fascino senza limite nel corso della storia, in particolar modo perché per secoli fu il limite massimo del mondo conosciuto; conseguentemente, regnarvi significava dominare il mondo. Fornì inoltre uno spazio di autorappresentazione senza pari: lì uomini illustri come Alessandro Magno o Augusto poterono fondare il culto della propria personalità, cosa che in Occidente sarebbe stata impossibile. 

Tutte queste componenti, una volta unite nel cosiddetto Percorso Arabo Normanno, ci restituiscono in un solo sguardo tutti i desideri, le aspirazioni e la bellezza del mondo medievale. Insieme a tutti i suoi sogni.

Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio

La chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, meglio nota come la Martorana, sorse come cappella privata dell’ammiraglio Giorgio di Antiochia, fedele collaboratore di Ruggero II, insignito del prestigiosissimo titolo di Emiro degli Emiri. La seconda denominazione proviene dal nome di Eloisa Martorana, fondatrice di un monastero nelle immediate vicinanze del celebre complesso; la tradizione lo lega inoltre all’offerta di frutta di pasta di mandorla, chiamata appunto martorana, ai visitatori del convento.

Questo monumento del Percorso Arabo Normanno mostra il geniale connubio tra la retorica politica normanna e la riproposizione dell’arte bizantina, peraltro molto cara a Giorgio di Antiochia, la cui provenienza la dice lunga sul suo gusto artistico. Ecco , allora, che l’interno mostra la grande suntuosità dei mosaici bizantini, che rivestono ancora oggi una buona parte dell’edificio, fatta eccezione per alcune lacune successivamente integrate con pitture barocche

Il punto focale della chiesa è il famosissimo mosaico raffigurante l’incoronazione di Ruggero II direttamente dalle mani Cristo: siamo davanti all’atto di nascita del Regnum Siciliae ed all’ideologia ad esso connessa. Il mosaico è la dichiarazione del potere assoluto di Ruggero II sull’Isola e non soltanto dal punto di vista temporale, ma anche spirituale: l’incoronazione regale per volontà di Cristo dichiara fortemente l’assoluta indipendenza dalle intromissioni del papato sul territorio a lui sottoposto, in virtù dell’apostolica legazia.

Il sovrano è ritratto nelle vesti di un basileus bizantino, nel consueto rapporto di rivalità-imitazione che gli Altavilla ebbero con l’impero d’Oriente. La scritta greca al di sopra delle figure recita Rogherios Rex, una evidente mistione di elementi latini e greci – frequente nei siti del Percorso Arabo Normanno – nel segno della celebrazione della sua regalità, ispirata agli imperatori orientali ed ai reges occidentali. 

Oggi la chiesa è intitolata a San Nicolò dei Greci e fa parte dell’eparchia di rito ortodosso dipendente da Piana degli Albanesi.

Chiesa di San Cataldo

La chiesa di San Cataldo, adiacente a Santa Maria dell’Ammiraglio, deve la sua fondazione ad un altro Emiro degli Emiri: Maione da Bari. È nota per le sue caratteristiche cupolette rosse, ritenute il perfetto simbolo del Percorso Arabo Normanno, benché siano un falso storico: le cupolette, volute da Giuseppe Patricolo, sono infatti ottocentesche e da lui ricostruite, sulla base di una presupposta esistenza, tramite dei confronti con altre cupolette dell’universo artistico islamico.

È curioso notare come a queste cupolette rosse si leghi l’identità palermitana nel percorso di riscoperta dell’età dell’oro, analogamente a quanto avvenne nel resto di Italia ed in Europa nel XIX secolo, cioè quando l’arte romanica – e medievale, più in generale – divenne simbolica degli antichi splendori.

Non è un caso che Palermo riscoprì nel Romanico Siciliano l’esempio perfetto della propria identità, poiché rappresenta la traccia ancora visibile dell’apice politico-culturale raggiunto. È comprensibile, adesso, la ragione per cui, specie dopo l’Unità, Palermo si identificò nella città dei grandi re e nella loro arte. Una cupola del tutto simile a quelle di San Cataldo si può vedere a coronamento di un mausoleo privato all’interno del cimitero di Santo Spirito, a pochissima distanza dal monumento ai caduti del 1848: è l’esempio perfetto del trait d’union che collega la magnificenza passata alla fondazione dello Stato unitario.

L’edificio presenta all’esterno superfici murarie massicce ed appena mosse da arcate cieche; la solidità stereometrica è leggermente ammorbidita da monofore arricchite da grate traforate a motivi geometrici. L’interno, prevalentemente spoglio, si distingue per il meraviglioso pavimento musivo, i cui intrecci si rifanno all’arte islamica; notevole è l’altare marmoreo sul quale, attorno alla croce centrale, è inciso il tetramorfo; è presente la lapide funeraria di Matilde, figlia di Silvestro di Marsico, l’ammiraglio regio che succedette a Maione di Bari, nonché nipote di Ruggero I.

La chiesa è nota per la sua appartenenza all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, famoso ed antico ordine medievale ancora esistente.  

Chiesa di San Giovanni degli Eremiti

La chiesa ruggeriana sorse, negli anni ’30 del XII secolo, su due preesistenze: un monastero benedettino dell’età di Gregorio Magno ed una moschea, andata distrutta con l’arrivo dei Normanni. Tra i monumenti del Percorso Arabo Normanno è quello che ricorda in modo più genuino l’architettura araba, per via di dettagli architettonici – quali, soprattutto le cupolette rosse, anch’esse volute da Giuseppe Patricolo – e dei resti della moschea, la cui planimetria è ancora leggibile. Quest’ultimo aspetto costituisce un fatto eccezionale, se si considera che ben poco è rimasto di propriamente arabo sul territorio.

La chiesa rappresenta uno dei casi più interessanti di risignificazione in chiave cristiana dell’architettura islamica, la cui raffinatezza non mancò di stupire i nuovi conquistatori; ecco che il paradisiaco giardino delle delizie arabo qui si trasforma in un cristianissimo chiostro, che allude al paradiso celeste. La mistione stilistica diventa qui ricerca identitaria, processo in cui collimano scoperta e reinterpretazione dell’arte orientale.

Il complesso di San Giovanni degli Eremiti ci trasporta in luoghi molto lontani da Palermo: si ha la sensazione, camminando oziosamente nell’intimità del chiostro, di essere in completa familiarità con il Medio Oriente.

Ponte dell’Ammiraglio

Giorgio d’Antiochia, il fedele ammiraglio di Ruggero II, volle la costruzione del ponte eponimo, al fine di collegare la capitale del Regno di Sicilia alla campagna oltre il corso dell’Oreto, il cui corso non passa più al di sotto di questo capolavoro di ingegneria.

L’influenza architettonica araba si rivela negli archi ogivali, peraltro elementi protogotici caratteristici del Romanico Siciliano, la cui morfologia strutturale consente di sopportare carichi parecchio elevati. È dunque un celebre caso della messa a servizio dell’evoluta ingegneria araba alle necessità del neonato Regnum Siciliae; si sa, del resto, che i Normanni impiegarono globalmente tutte le conoscenze del mondo arabo – specie nell’amministrazione – affinché potessero avere una presenza capillare sul territorio.

In tempi più recenti, il ponte sostenne il feroce scontro tra le truppe garibaldine e quelle borboniche, che qui si combatterono il 27 Maggio del 1860.

Tra tutti i monumenti del Percorso Arabo Normanno è quello più “silenzioso” e meno appariscente, data la sua sobrietà. È tuttavia impossibile non concedersi alla dolce nostalgia di quei secoli lontani, quando il ponte era immerso nei profumi e nei colori della campagna, accarezzato dall’acqua che mormorava ai suoi piedi.

Palazzo Reale e Cappella Palatina

Il palazzo reale, solitamente chiamato Palazzo dei Normanni – nome caratteristico quanto improprio, considerato che anche i successivi sovrani vi risiedettero – è l’edificio di rappresentanza più significativo della monarchia normanna. All’interno dell’antico assetto urbano, molto diverso rispetto all’attuale, sorgeva su un punto abbastanza elevato da consentirne un’ottima difesa, garantita dalle quattro torri Greca, Chirimbi, Joaria e Pisana; purtroppo, le ultime due sono le sole superstiti.

Il palazzo ha subito numerosissimi rimaneggiamenti nel corso dei secoli, cosicché oggi vediamo un monumento sicuramente prezioso ed unico, ma molto lontano da come doveva essere all’origine. Gli ultimi significativi rimaneggiamenti si notano chiaramente sulle pareti che fanno angolo con via Porta di Castro e chiaramente databili all’ Ottocento; si devono al tentativo di recuperare, attraverso un restauro filologicamente non perfetto e perlopiù idealizzato, le antiche vestigia del palazzo, cui è strettamente legata l’identità palermitana.

All’interno della torre Joaria si trova la splendida è cosiddetta Sala di Ruggero, molto ben nota per la luce sfolgorante dei suoi mosaici, che rimanderebbero al Giardino del Genoardo, e dunque al paradiso terrestre. I motivi iconografici sono desunti dalla cultura islamica e sono espressi in lingua perfettamente bizantina: troviamo animali affrontati, animali immaginari ed esotici; il programma iconografico è seguito ed impreziosito nel suo svolgimento dagli intrecci fitomorfi, che ricordano molto da vicino l’arte tardoantica, riecheggiante l’età costantiniana ed esemplare del richiamo all’arte passata nel segno della ricerca di una forma quanto più aderente a modelli colti e connotati nell’ottica della retorica del potere.

La presenza di motivi figurativi orientali non si deve esclusivamente all’apprezzamento dell’arte islamica in sé, è un chiaro messaggio politico da parte del gran re: mostra che la sua sovranità – seppure limitata – è virtualmente estesa al misterioso e leggendario Oriente.

La Cappella Palatina è il gioiello custodito all’interno del palazzo nonchè tappa d’obbligo del Percorso Arabo Normanno; affacciata sul cortile Maqueda, fu la chiesa privata e l’aula di rappresentanza del re Ruggero II. La singolarità della Cappella Palatina risiede nella sua doppia natura di spazio sia religioso che civile, riecheggiante nell’apparato decorativo multiforme e di diversa ispirazione. Probabilmente lo spazio sacro era esclusivamente quello delimitato dalle transenne, corrispondente all’area dell’altare, dalle dimensioni alquanto ridotte in rapporto al resto dell’aula.

Senza ombra di dubbio è il luogo più simbolico e più celebrativo della signoria normanna, nonché il più esplicativo dell’idea di potere che questi re avevano. Il Pantocratore palatino è esattamente di fronte al punto in cui, in origine, doveva trovarsi il trono di Ruggero: il re si considerava il riflesso di Cristo in terra, ergendosi a dominatore del cosmo. Questa identificazione con Cristo prosegue nello spazio dell’aula regia: immediatamente al di sopra dello spazio riservato al trono, si vede la rappresentazione di Cristo Giudice, affiancato dai principi degli apostoli. Questa autorappresentazione è sullo stesso solco di quella di Cefalù. Ciò induce a credere che lì il sovrano ricevesse alcuni suoi intimi e che dirimesse le controversie dei suoi sudditi.

La Cappella Palatina, dedicata a San Pietro, è rivestita da meravigliosi mosaici, narranti storie tratte dai Testamenti. Il gusto bizantino si fonde con la raffinatissima arte islamica esibita dal prezioso soffitto, modellato da muqarnas e raffigurante soggetti profani: danzatori, musici e convitati al banchetto di Ruggero. 

L’eleganza orientale prosegue con i motivi ad intreccio del pavimento, testimone della ricchezza e del potere del Gran Re: vi compaiono motivi stellari e circolari in porfido, pietra nota per il suo intimo legame con la dignità imperiale. Il porfido compare inoltre sull’ambone, sullo schienale del trono e sopra l’architrave delle due porte che lo affiancano.

Sembra proprio che in questo spazio così raccolto Ruggero II abbia voluto estendere la propria signoria al mondo intero, inglobandovi e fondendovi il patrimonio simbolico dell’arte antica ed orientale.

Cattedrale di Palermo

La Cattedrale di Palermo sorse a breve distanza dalla massima sede del potere temporale; dedicata a Maria Assunta, venne ad occupare il sito di una precedente moschea. Costruita per volontà dell’arcivescovo Gualtiero Offamilio – Walter of the Mill –, fu consacrata intorno al 1185. Viene spesso ricordata per la compresenza di vari stili artistici, esito, come si sa, delle numerose dominazioni succedutesi in Sicilia. 

Questo monumento, apparentemente, sembra decontestualizzato all’interno del Percorso Arabo Normanno in quanto le tracce della fase normanna sono state parecchio alterate nel corso dei secoli, a causa di rimaneggiamenti che hanno mutato l’aspetto originario. Resta, ad ogni modo, la presenza quasi fisica degli antichi sovrani: ci si riferisce, ovviamente, alle tombe reali; tutt’oggi permangono nella coscienza palermitana come simbolo dell’indipendenza e della grandezza passata. Le tombe furono trasferite dove oggi le troviamo nel XVIII secolo; originariamente erano poste alla destra del coro.

Come in ogni cultura e periodo storico, l’arte funeraria rende manifeste le qualità simboliche legate a ciascun individuo di particolare prestigio, in modo tale che queste possano costituire un bagaglio ideale per la posterità. Gli Altavilla, esattamente come gli Svevi, prestarono sempre parecchia attenzione all’arte imperiale romana e bizantina: questa è la ragione per cui le loro spoglie riposano in  imponenti e preziosi sarcofagi di porfido, il celebre marmo degli imperatori.

Eppure solo Enrico VI e Federico II, suo illustre figlio, poterono fregiarsi del titolo imperiale in senso stretto ed ufficiale, poiché entrambi regnarono sul Sacro Romano Impero. Gli Altavilla, benché il loro capo non fosse cinto dalla corona imperiale, eternarono la loro memoria con questi magnifici esempi del loro potere, che intendeva imitare i fasti degli imperatori, analogamente a quanto accade in altri siti del Percorso Arabo Normanno: i sarcofagi di Ruggero II e di Costanza d’Altavilla, infatti, sono in porfido e sovrastati da baldacchini mosaicati.

All’interno della Cattedrale troviamo altri esempi riferibili alla ricerca di un’idea di antico e, soprattutto, di romanità che sta alla base del Romanico Siciliano: vi si trovano infatti evidenti riutilizzi di sarcofagi di età romana.

Nel piano inferiore delle pareti della navata centrale, troviamo a destra episodi che vanno dalla costruzione dell’arca di Noè ad Abramo che ospita i tre angeli; nella parete sinistra, dal sacrificio di Isacco alla lotta di Giacobbe con l’angelo. Seguono le storie di Cristo.

Nelle absidi delle navate laterali vi sono la figura di San Paolo e la sua storia (a destra) e la figura di San Pietro e la sua storia (a sinistra).

Palazzo della Zisa

Costruita durante l’età dei due Guglielmi, prende il nome dall’arabo el aziz, cioè la splendida. Il castello va incontro al gusto normanno – per la sua struttura solida ed imponente – ed a quello arabo – per concezione e per la delicata eleganza della struttura interna

Il castello della Zisa non va interpretato come un edificio difensivo, ma piuttosto come un luogo in cui il re si concedeva ai piaceri della vita; venne dunque concepito per il medesimo scopo del Palazzo della Cuba e della Cuba Soprana: monumenti un tempo immersi tra gli alberi della campagna e all’interno dei quali ci si poteva abbandonare alle gioie del paradiso terrestre. Le tracce del parco del Genoardo sono oramai scomparse, è ancora possibile però fantasticare sulla meraviglia di cui questi monumenti si fanno testimoni.

Chi mai penserebbe che la Cuba – attualmente non inserita dall’Unesco nel Percorso Arabo-Normanno – fosse un tempo immersa nella campagna ed abbracciata quasi completamente da una peschiera? I rumori della città odierna e l’immediata vicinanza di un asse viario parecchio trafficato, laddove al tempo di Guglielmo II non c’erano che alberi, non potrebbero mai restituirci la pace perduta e la dolce intimità di questo luogo. Una pace che aleggiava anche all’interno della Cuba Soprana, o piccola Cuba, che doveva avere un aspetto molto simile alla Cuba e di cui rimane un chioschetto.

Non diversamente dal Palazzo reale o dalla Cattedrale, la Zisa è molto diversa da come doveva apparire in origine; la ragione, oltre al naturale scorrere del tempo, è la medesima: l’alternarsi dei vari proprietari di questi tesori. Nelle sale interne, infatti, notiamo le cesure tra l’antico ed il recente a partire dalle stesse pareti, il cui primo tracciato si interrompe per lasciare posto alle integrazioni successive; non mancano gli stemmi delle famiglie che hanno avuto l’onore di risiedervi e che rimandano a pagine di storia locale ben lontane dagli Altavilla.

L’aula della fontana è il cuore architettonico del castello, nonché l’area meglio conservata dell’edificio. L’apparato iconografico ricorda quello della sala di Ruggero II, dedicato alla rappresentazione del Genoardo. I ricami delle muqarnas ed i mosaici sono ulteriormente impreziositi dalla fontana, le cui acque, secondo la tradizione araba, sono il mormorio della voce di Dio.

Forse non tutti sanno che il castello della Zisa, oltre a fare parte del Percorso Arabo Normanno, ospita dal 1991 il Museo di arte Islamica, che vanta pezzi provenienti dal bacino del Mediterraneo. Occorre precisare che gli oggetti esposti non si trovavano all’interno del castello, ma costituiscono degli esemplari di come doveva essere l’arte islamica durante i secoli della dominazione araba e normanna. Tra questi oggetti – anfore, bacili, finestre mashrabiyya – spicca la lapide quadrilingue relativa alla sepoltura di Anna, madre del chierico Crisanto, simbolo del multiculturalismo della Sicilia medievale.

Monumenti come la Zisa, o la Cuba, candidata anch’essa a fare parte del Percorso Arabo Normanno, ci mostrano la geniale capacità dei Normanni di attingere al patrimonio simbolico degli stili coinvolti nel Romanico Siciliano, la cui componente islamica – sicuramente la più caratteristica – li elesse a grandi sovrani dell’Oriente favoloso, sempre nel gioco simbolico di estendere la propria signoria ben al di là della Sicilia. Ci ricorda da vicino il culto della personalità che gli imperatori romani ricercarono nei loro domini orientali.

Cattedrale di Monreale

La fondazione di Monreale è l’esempio  massimo di ricerca di autonomia da parte dell’ultimo degli Altavilla: alle origini della cittadella normanna, infatti, vi fu la volontà di Guglielmo II di liberarsi dalle ingerenze del vescovo di Palermo, Gualtiero Offamilio. Sulla intraprendenza politica di Guglielmo II non devono esserci dubbi: ricordiamo che condusse una guerra contro Bisanzio, impresa già tentata da Roberto il Guiscardo.

Dunque Monreale costituisce l’esempio principale e conclusivo dei sogni di grandezza ed assolutismo della monarchia normanna, intesa come autorità libera da qualsiasi altra. Monreale fu, di fatto, un centro di rappresentanza ancora più esclusivo della capitale del Regnum: un principato ancora più elitario di Palermo.

Il centro simbolico è costituito dal Duomo, tutt’oggi l’esempio più maestoso dei fasti del Romanico Siciliano evoluto. L’esterno, nel corso dei secoli, ha subito numerosi rimaneggiamenti; la sua massiccia imponenza non lascia presagire lo splendore dell’imponente programma musivo che si svolge al suo interno. Può vantare un portale realizzato da un artista di eccellenza nel panorama del Romanico italiano: Giovanni Pisano. Il visitatore del Duomo si trova letteralmente circondato dall’oro dei mosaici ed immerso nelle magnifiche scene bibliche che lo sovrastano.

Sembra di trovarsi in un tempio costantiniano o bizantino, illuminato dallo sguardo benevolo ed intenso del gigantesco Pantocratore, che domina su tutto lo spazio circostante.

Alla luce dei mosaici fa solenne eco il soffitto ligneo policromo, che amplifica la calda luminosità emanata dalle tessere che ricoprono le pareti. Purtroppo non si tratta del soffitto originale, distrutto a seguito dell’ incendio del 1811, ma di una sua riproduzione.

La retorica politica degli Altavilla, immancabile in ciascuna tappa del Percorso Arabo Normanno, è molto ben espressa anche qui dalla scena di incoronazione di Guglielmo II direttamente dalle mani di Cristo, perfettamente in linea con l’esempio che aveva dato il nonno, Ruggero II, all’interno della Martorana. Per di più, il sovrano si fece ritrarre nell’atto di donare il Duomo alla Madonna, come se fosse un semplice ex-voto a ringraziamento del leggendario tesoro sepolto sotto il carrubo; questo mosaico, tuttavia, può interpretarsi come la volontà di non rispondere a nessuna autorità religiosa all’atto della fondazione del luogo di culto, facendo di esso una questione limitata al sovrano ed alla Vergine. 

Il pavimento,  non completamente originale, compete egregiamente con la sontuosità dei mosaici esibendo la preziosità dei marmi, tra i quali si impone il porfido, che è possibile ammirare nei suoi vari colori.

La componente islamica si trova all’interno del chiostro, che reinterpreta il Genoardo musulmano in chiave cristiana: qui elementi culturali tipici dell’arte araba – arcate ogivali, fontana con albero della vita – si fondono con quello che è lo spazio meditativo cristiano per eccellenza, il luogo in cui i monaci meditavano sul Verbo. Le scene bibliche che ornano i capitelli dovevano essere parte integrante delle loro lunghe riflessioni sui Testi, quasi come se ne sfogliassero le pagine camminando per il chiostro. Il connubio tra Oriente musulmano ed Occidente cristiano ha prodotto una delle opere più belle e delicate al mondo, ulteriormente impreziosita da luccichio della luce sulle incrostazioni musive delle colonnine binate tutte diverse tra loro.

Il Duomo di Monreale custodisce le illustri spoglie dei due Guglielmi; l’arte funeraria eterna, anche qui, quel complesso di valori simbolici di cui gli Altavilla si erano appropriati. Guglielmo I riposa all’interno di un sarcofago di porfido, il caratteristico marmo degli imperatori, già sapientemente usato dai due Ruggeri. Il sarcofago di Guglielmo II, poiché non corrisponde a quello originale, non veicola quel complesso di valori caratterizzanti il Romanico Siciliano: la monumentale tomba è di età rinascimentale.

Il sarcofago originario, custodito al Museo Diocesano di Monreale, risale al III secolo; sulla vasca è raffigurata una scena di caccia al leone, che obbedisce ad una moda diffusasi a partire dall’età ellenistica. È così evidente come la memoria del sovrano, nel gioco dei valori simbolici messi in gioco dal Romanico Siciliano, venisse affidata a questa idea di romanità di grandezza aderente a quella degli antichi cesari, dei quali i sovrani medievali si proclamavano degni discendenti.

Nella cattedrale monrealese si trova la sepoltura di Luigi IX, detto il Santo, noto collezionista di reliquie sacre. Tuttavia il suo corpo riposa a Parigi; solamente le viscere sono rimaste a Monreale.

La raffinatezza del Duomo non si limita agli elementi medievali in virtù dei quali fa parte del Percorso Arabo Normanno: non mancano spettacolari esempi di arte barocca, di cui Monreale, del resto, fa sfoggio e che merita di essere adeguatamente valorizzata tanto quanto gli illustri precedenti. La più grande testimonianza del barocco monrealese è costituito dalla Cappella del Crocifisso, presso l’abside; è qui custodito il reliquiario della Sacra Spina.

Il pavimento della Cappella, raffigurante il profeta Giona ed il mostro che lo inghiottì, è di sorprendente bellezza.

Cattedrale di Cefalù

Il magnifico tempio cefaludese, dedicato al Santissimo Salvatore, è la prima opera normanna di grandi dimensioni del Percorso Arabo Normanno, voluta da Ruggero II l’anno successivo alla sua incoronazione a re del Regnum Siciliae. L’opera monumentale raccoglie le prime significative rappresentazioni del suo programma politico, ispirato già nel 1131 all’imitazione della Roma costantiniana e dell’arte della rivale ed esemplare Bisanzio.

La riproposizione degli edifici templari romani si evidenzia nella pianta basilicale a croce latina; è peraltro presente un notevole aggiornamento architettonico rispetto ai primi modelli basilicali romani: il Westwerk, peculiare dell’architettura carolingia, e qui completo, diversamente da quello monrealese; tale opera conferisce un respiro europeo a questo illustre capolavoro del Percorso Arabo Normanno. L’imitazione dei modelli bizantini è costituita dalla presenza dei mosaici che rivestono l’area del presbiterio e che probabilmente avrebbero dovuto coprire l’intera superficie interna. 

Famosissimo è il Pantocratore raffigurato all’interno del catino absidale e costituente l’equivalente metafisico della persona del sovrano ordinatore e giudice di tutte le cose, ugualmente a quanto si può vedere nella Cappella Palatina della vicina Palermo. L’iscrizione al di sopra della figura di Cristo è molto allusiva in tal senso: Fattomi uomo io Creatore dell’uomo e Redentore della mia creatura – giudico nella mia presenza corporea i corpi e nella mia presenza divina i cuori.

L’immedesimazione del sovrano con Cristo Giudice è rivelatrice di come intendesse il potere e di come quest’ultimo pretendesse di essere assoluto. E non soltanto nella terra a lui sottoposta.

Al Duomo è annesso un chiostro, parzialmente distrutto da un incendio. Con il chiostro di Monreale ha in comune le colonnine binate sormontate da capitelli istoriati.

Informazioni

Visitor Center Palermo

via Vittorio Emanuele, 353

Palermo

Lunedì: 8:30 – 14:15

MartedìVenerdì: 8:30 – 18:00

Sabato e Domenica: 9:30 – 13:30

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Non vi è alcun metodo più sicuro per evadere dal mondo che seguendo l’arte, e nessun metodo più sicuro di unirsi al mondo che tramite l’arte. 

Goethe

Chiostro di Monreale

Chiostro dei Benedettini

Un’opera da ammirare. Incantevole il suo portico sostenuto da archi piegati ad angolo ottuso che poggiano su duecento colonne geminate ricche di mosaici.

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Chiesa della Collegiata Monreale

Chiesa della Collegiata

La seconda chiesa più grande di Monreale dopo il meraviglioso Duomo. Costruita nel XV secolo, conserva ancora oggi il prezioso simulacro del Santissimo Crocifisso.

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Galleria Civica Sciortino Monreale

Galleria Civica “Sciortino”

Ubicata all’interno dell’ex Monastero dei Benedettini, in Piazza Guglielmo II, la Galleria ospita al suo interno oltre duecento opere di artisti del Novecento italiano.

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Palazzo Cutò di Monreale

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Madonna delle Croci

Visibile da qualsiasi punto della città, offre dalle sue terrazze un panorama mozzafiato degli antichi quartieri di Monreale, del Duomo e del nucleo Abbaziale.

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Palazzo Reale di Monreale

Palazzo di Città

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Villa del Belvedere

D’obbligo per chi visita Monreale una passeggiata al suo interno. E’ così chiamata per la splendida vista che offre di Palermo e della Conca d’Oro.

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Le Fontane di Monreale

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Una passeggiata tra monumenti di rara bellezza artistica per vivere un’esperienza immersiva nella storica cultura monrealese.

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